Va dove ti porta il REP: un mese tra siti archeologici, scheletri e il fantastico patrimonio Messicano.

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Piedi, a cosa mi servite, se ho le ali per volare?

Frida Khalo

Il primo giugno atterravo all’aeroporto di Manchester. Non pioveva ma un cielo plumbeo mi dava il benvenuto. Ero tornata in Inghilterra, avevo passato tutto il mese di Maggio a Città del Messico, svolgendo un tirocinio chiamato REP (Research Employability Project) e il Messico già mi mancava!

Il tirocinio REP fa parte del programma di formazione all’interno del Dottorato e prevede un mese di tirocinio in una istituzione ospitante con l’obbiettivo di migliorare le possibilità future di impiego, acquisire nuove capacità lavorative così come un po di esperienza sul campo. Sono stata così fortunata da essere accolta dalla Scuola Nazionale di Antropologia (ENAH) a Città del Messico e sotto la coordinazione della Dottoressa Tina Ortega Palma; ho iniziato un lavoro entusiasmante su una collezione davvero speciale.

L’obbiettivo principale della ricerca era quello di raccogliere dati paleopatologici su una serie di scheletri sepolti nella chiesa di San Pablo e San Pedro, nel cuore della capitale coloniale messicana. Proprio grazie alla posizione centrale della chiesa e sopratutto a causa della posizione delle tombe all’interno della chiesa, ad entrambi i lati dell’altare (il posto più privilegiato in assoluto); questi individui sono stati considerati di un livello sociale elevato e di quasi sicura origine spagnola.  Volevamo capire come queste persone si fossero adattate all’ambiente messicano, se avessero sviluppato particolari patologie e quale fosse il loro stato di salute generale. Per compiere il nostro obbiettivo ho registrato un set di patologie chiamate marcatori di stress non specifico, che con la statura, vengono usati per misurare lo stato di salute generale di una popolazione. Lo so, lo so, sembra tutto troppo bello per essere vero, e sopratutto, beh, MESSICO!

Il Messico é stato una dei paesi che più mi ha attirato fin da bambina.

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Cenote di Dzibilchaltun

Sognavo con i cenotes e i siti archeologici Azteca e Maya. Ricordo di aver visto un documentario alle medie su un cenote che durante una ricognizione subacquea fu trovato pieno di reperti archeologici, gettati nell’acqua come offerte rituali. Era decisamente tutto troppo entusiasmante per una giovane mente impressionabile e quelle immagini mi hanno accompagnato durante gli anni.

Ero preparata. Ho alcuni amici messicani di Città del Messico, grazie ai quali ho raccolto informazioni utili sulla zona migliore dove vivere, come aggirarmi per la città in maniera sicura ed in generale come approcciarmi ad una città di 20 milioni di abitanti. Ero preparata, mi sentivo preparata ed allo stesso tempo non lo ero affatto.

Beh, ad assere onesti, ero preparata dal punto di vista organizzativo. Sapevo dove avrei vissuto, dove si trovavano i principali supermercati, sapevo come arrivarci, e come arrivare al lavoro ogni giorno. C’erano, però, un mucchio di cose che non sapevo.

Non sapevo che il trasporto pubblico può essere così affollato che diventa letteralmente impossibile respirare e le persone sul binario aiutano a spingere e “impacchettare” le persone all’interno, nella speranza di riuscire a chiudere le porte. Non sapevo che sarei stata infinitamente grata del mio metro e sessantacinque, leggermente maggiore della donna media messicana, vantaggio che mi avrebbe permesso di respirare durante il viaggio al lavoro. Non sapevo che i metro e gli autobus hanno sezioni separate per sole donne, a causa dell’altissimo numero di molestie sessuali a cui le donne sono sottoposte giornalmente. Non sapevo cosa fosse la maggior parte del cibo che si vendeva nelle centinaia di banchetti affollati ad ogni angolo. Non sapevo che avrei dato cosa nell’occhio e che mi sarei sentita diversa la maggior parte del tempo (la mia faccia é abbastanza Europea, se così si può dire; e potrei virtualmente essere  originaria di ogni paese europeo, perlomeno fino a quando non apro la bocca ed il mio accento italiano si fa sentire).

Non sapevo che il Messico avesse un passato così ricco, con centinaia di culture che si sono succedute e hanno vissuto sul territorio per secoli. La nostra visione ed educazione eurocentrica ci insegna solamente degli Aztechi e dei Maya, molto semplicemente perché questi furono i due gruppi che gli spagnoli trovarono al loro arrivo in Messico. Ma il panorama è molto più complicato e variegato e tutte queste culture hanno lasciato monumenti incredibili e artefatti sparsi per tutto il Messico. A questo proposito il Museo di Antropologia ha fatto un lavoro splendido illustrando la incredibile ricchezza del passato messicano nelle sue esposizioni permanenti.

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Esempi di figurine in terracotta e pietra dalla collezione permanente del Museo di Antropologia

Non sapevo che fosse raro bere acqua e che, se si chiede dell’acqua, vi esporranno una lunga lista di acque alla frutta, fatte con frutta fresca, zucchero e acqua minerale. Mango, tamarindo, melone, orzo, ibisco e dolcichini sono i gusti più comuni. Non sapevo che l’acqua del rubinetto non si può bere e grandi taniche di acqua potabile si trovano in ogni casa e locale pubblico. Il pomodoro comune rosso é chiamato jitomate, mentre il “tomate” é in realtà il pomodoro verde; che é alla base di una delle salse più comuni in Messico, la salsa verde, fatta con pomodori verdi e peperoncini verdi. Il cibo é una parte molto importante della cultura messicana. Ci sono banchetti di cibo dappertutto e le persone stanno sempre mangiucchiando qualcosa a qualsiasi ora del giorno.

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Cibo di strada

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Cibo di strada

La scarsità di cibo é allo stesso tempo un problema impellente per gran parte della popolazione, specialmente nelle zone piú povere della città; e le imprese lo sanno, come dimostra la mappa della distribuzione di Walmart (un famoso supermercato statunitense) nelle diverse zone della città. Le zone in giallo rappresentano livelli economici identificati come A, B, C+; le zone blu indicano livelli economici C and D+, mentre le zone bianche D e E.

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Distribuzione dei supermercati Walmart a Città del Messico, dall’esposizione “Imagenes para ver-te” al Museo della Città. 

Non sapevo che il Messico fosse un paese razzista, specialmente verso persone con la pelle scura. Il colore della pelle, la forma di vestire e di parlare determina la discriminazione più o meno accentuata verso determinate categorie di persone. Gli indigeni sono i meno privilegiati e, nonostante il passato dei loro antenati sia trionfalmente rappresentato nei libri di storia, il governo fa ben poco per proteggere le comunità moderne di indigeni. Le persone con la pelle chiara accedono a lavori migliori, più facilmente e più rapidamente. A questo proposito, é stata inaugurata una mostra nel Museo della Città sul razzismo in Messico e sulla sua origine.

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La mirada critica, Luiz Gonzalez Palma

A questo punto potreste pensare che questo post non sia altro che un diario di viaggio, che abbia poco a che vedere con la mia ricerca; ma, al contrario, immergermi nella società moderna messicana e cercare di comprenderne i suoi grandi contrasti e paradossi, ha molto a che vedere con la contestualizzazione dei resti su cui stavo lavorando. La società messicana moderna é un prodotto del suo passato tormentato; la coesistenza dell’ eredità spagnola e indigena si respira ad ogni incrocio. In qualche caso il prodotto finale di questa coesistenza é una miscela incredibile del meglio delle due culture come per esempio nelle arti e nella cucina; mentre, in altri casi, un caro prezzo é stato pagato dalla società messicana per questo melting pot culturale, per esempio la comune supposizione che tutto ció che proviene dall’Europa e dagli Stati Uniti sia migliore: idee, persone e stile di vita inclusi. Se le differenze tra classi sociali appaiono tuttavia evidenti in Messico, possiamo immaginare quanta disparità sociale poteva esistere a Città del Messico nel diciassettesimo e diciottesimo secolo.

Una breve ricerca storica e storico-artistica vi darebbe una visione immediata sulla Città del Messico del passato. La città fu divisa in parrocchie, riservando quelle più centrali per le famiglie nobili e ricche e di origine europea. Più lontani si era dal centro e più la componente indigena della popolazione si faceva forte. Ho trovato particolarmente divertente e intrigante il lavoro pubblicato da Sanchez Santiro (2004) nel quale vengono riportate una serie di leggi civili approvate nella Nuova Spagna nel diciottesimo secolo. Possiamo vedere come una lunga serie di leggi successive si alternavano spasmodicamente, anno dopo anno, con lo scopo di condonare comportamenti che ormai non si potevano arginare. Per esempio, pochi anni dopo la legge sulla divisione parrocchiale che decretava chi potesse vivere e frequentare una determinata parrocchia, troviamo un decreto reale che ammette la presenza di persone indigene in parrocchie centrali nel caso in cui lavorassero per famiglie residenti nelle stesse. La società e’ molto più fluida di una mappa su un foglio di carta, e le persone si muovevano tra i quartieri, senza troppo preoccuparsi delle divisioni fatte a tavolino in qualche salotto spagnolo.

Non potrei separare l’esperienza da “turista” da quella antropologica. Ogni volta che ho visitato un monumento o scoperto una nuova sfaccettatura della società messicana, ho sempre avuto la tendenza ad interpretarla con una prospettiva storica. Esisteva questo stesso comportamento nel passato? Da dove viene? Quale fu il suo effetto sulla società passata e su quella moderna? Quanto e’ stato perso e quanto mantenuto della società messicana originale, pre-contatto? Sono certa di non poter rispondere a tutte queste domande ma indagare il passato e ciò che ne resta, mi aiuterà sicuramente a interpretare i dati sugli individui che ho studiato, con una prospettiva completamente nuova.

Questo REP e’ stata una immersione totale in una nuova cultura, una passeggiata tra l’incredibile storia messicana e una completa riscoperta di come i monumenti, l’arte e le persone (passate e presenti) ci parlano, senza sosta. Dobbiamo solo ascoltare.

Alice

Lavori citati

Sánchez Santiró, E. 2004. El Nuevo orden paroquial de la Ciudad de México: población, etnia y territorio, EHN 30:63-92.

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Si, e’ successo! (Chichen Itza)

 

 

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